Pensioni e italiani: quando smettere di lavorare è questione di sesso.

Il lavoro, quel “miracolo”, e la pensione, quel “miraggio”.

Al Ministero del lavoro studiano, non c’è un posto neppure lì! Nuovo governo, nuova riforma della pensioni. Il recente scossone al sistema pensionistico assestato dalla riforma Fornero pare non basti.

Renzi intende rimestare nel sistema pensionistico. Argomento di esclusivo interesse degli over 50, unici ad avere ancora un santo nel paradiso delle pensioni.

Il governo punta ad un maggior flessibilità di uscita dal mercato del lavoro, attraverso due tipologie di intervento, sessualmente distinte. “Opzione donna” e “Opzione uomo”.

Per le lavoratrici una nuova rivisitazione. Anticipo al pensionamento, rinunciando ad una parte di assegno. Praticamente, a pane ed acqua fino alla fine della fiera.

Estesa la possibilità d’anticipo anche ai maschietti, la cosiddetta “Opzione Testosterone”, infatti con la miseria prevista dallo Stato agli uomini rimarranno solo gli attributi.

Come mai tutta questa urgenza? Sarà forse l’avvicinarsi del fatidico termine previsto dalla contestatissima riforma Fornero. Il primo gennaio 2016 scatterà lo “scalone”. Le lavoratrici dovranno aspettare un pochino per andare in pensione.

Il governo cosa fa? Pensa ad opzioni, ad ulteriori riduzioni delle pensioni. Pane ed acqua insieme pareva troppo, d’altronde le femminucce stanno perennemente a dieta. Aiutiamole. Diamo loro la possibilità di abbandonare il lavoro tre anni prima, a 62-63 anni con 35 anni di contributi, con una riduzione del 10% dell’assegno.

Un ricalcolo contributivo legato solo alla speranza di vita. Un dilemma mai risolto, meglio un uovo domani o la gallina oggi? O calza meglio gallina vecchia fa buon brodo, vista la soglia pensionistica attuale.

Le fervide menti governative, per par condicio, lavorano anche all’ ”Opzione uomo”, riservata esclusivamente agli sfigati senza fine, quelli che hanno perso il lavoro a pochi anni dall’ agognata pensione. Ai maschietti doppia possibilità, “decurtazione” – intendiamoci non degli attributi- e “prestito pensionistico”. In ultimo, per le situazioni senza rimedio una “pensione di solidarietà”, un’ultima uscita di scena dal mercato del lavoro praticamente in mutande.

E come ben si sa, nel nostro Paese, nulla è deciso dal buon senso, ma esclusivamente dagli interessi in gioco.

Il ministero del Lavoro preme per un’alternativa allo “scalone Fornero”, stile teorema di Pitagora: “La somma dei quadrati costruiti sullo scalino alto è sempre uguale al numero dei pensionati senza assegno grazie al blocco del turn over, creato dallo scalone Fornero”.

Presso il ministero si lavora -beati loro- in sinergia con il ministro dell’Economia Padoan, per risolvere il problema. Occorre trovare il quadrato dei soldi, non tanto dell’ipotenusa.

In una recente dichiarazione Pier Carlo Padoan, sulle colonne di Repubblica, ha intravisto una possibilità, sempre ancorata ai conti pubblici. E’ lecito pensare correttivi per i soggetti prossimi alla pensione e senza lavoro, ma il problema sono sempre i soldi. Quelli che i pensionati vedono col binocolo, e quelli che il ministro cerca con la lanterna.

E mentre gli unici in Italia ad avere un posto fisso sono i tecnici dei ministeri, i sindacati cercano di interloquire col governo. Il segretario generale Cgil – Susanna Camusso– precisa di essere confusa dalle informazioni contraddittorie fornite tra ministeri e presidente del Consiglio.

I più confusi sono i -quasi prossimi, forse- pensionati, che non riescono a capire dove siano finiti tutti i soldi versati nei decenni per godersi il meritato riposo.

Maria Serrapica