Settore onoranze funebri Italia

Articolo sul settore delle onoranze funebri in Italia.

Mors tua pecunia mea – Professioni APE.

Outlet, templi crematori e cimiteri virtuali. E poi tanatologi che studiano il trapasso, esperti in tanatoprassi e tanatoesteti che trattano salme. Ecco le storie del settore funebre sempre più vivo.

Astenersi superstiziosi, impressionabili e amanti di piercing o tatuaggi. Per lavorare nel settore delle onoranze funebri occorrono sensibilità, discrezione, compostezza e avere un aspetto ordinato. Gradita anche la dimestichezza con le nuove tecnologie, perchè ultimamente vanno forte i cimiteri virtuali. Pochi mesi fa, per esempio, l’esperto di internet Fabio Valente, l’imprenditore Basilio Bentivegna, la pubblicitaria Alessandra Pessina e il giornalista Andrea Franchini si sono inventati Vite speciali, un portale tutto dedicato alla morte (dalle questioni burocratiche agli aspetti psicologici e filosofici) dove chiunque può creare, a pagamento, una «pagina del ricordo» dedicata a un parente o un amico morto. Titolo preferenziale, poi, la conoscenza del mandarino, perché la produzione di lapidi non sfugge alla delocalizzazione: diverse aziende le commissionano in Cina. Insomma, l’immaginario collettivo sull’industria degli addii e sui suoi addetti ha urgente bisogno di aggiornamento. Facile a dirsi, ma la realtà è che la morte resta davvero l’ultimo tabù. Serie tv di successo come Six feet under e film da Oscar come il giapponese Departures non sono bastati per rendere seducenti, agli occhi del grande pubblico, impresari di pompe funebri e tanatoesteti (gli specialisti che trattano la salma prima dell’esposizione per il commiato). E, nonostante l’industria degli addii conti in Italia oltre 20 mila occupati e 7 mila partite Iva, il loro non sarà mai «un mestiere come un altro»: impossibile parlarne a cena senza suscitare alzate di sopracciglio, o peggio. «C’è ancora chi fa gli scongiuri», sospira Antonello Mersi, 51 anni e una lunga esperienza come necroforo e tecnico nei reparti di anatomia patologica del Friuli Venezia Giulia. «Ma quello che facciamo, in ultima analisi, è utile per i vivi. Le autopsie, per esempio, servono a far procedere la ricerca, a capire le cause dei decessi ed evitarne altri». Giulia Spada, che dopo la laurea in antropologia culturale ha seguito un corso di tanatoestetica e ora spera di entrare in un’agenzia funebre, quando si tocca l’argomento lavoro aspetta rassegnata «la domanda fatidica». Ovvero: «Ma come fai?». Lei, 24enne di origini sarde, trapiantata in Brianza, non risponde sul come ma si concentra sul perché. Che suona simile a quello di Mersi: «Lo faccio per chi resta. Restituisco un aspetto dignitoso e sereno al defunto perché la famiglia non debba vedere su di lui i segni della malattia o dell’incidente (come è successo a me quando è mancato mio padre) e possa ricordarlo al meglio». Messa da parte la scaramanzia, basta uno sguardo ai numeri per rendersi conto che addetti alle onoranze funebri, necrofori, operatori di camera mortuaria e autisti funebri sono tra i pochi fortunati a cui il lavoro non manca mai: nella Penisola si registrano circa 600 mila decessi all’anno. Certo, gli imprenditori di pompe funebri fanno presente che le leggi sul settore sono obsolete e il mercato è una giungla (nella maggior parte delle regioni per aprire un’agenzia funebre basta una segnalazione di inizio attività). Ma l’occupazione tiene. Con stipendi che, in base all’ultimo contratto collettivo di categoria, partono dai 1.200 euro lordi per i necrofori e dai 1.300 per autisti e addetti ai forni crematori, superano i 1.600 per i coordinatori del servizio funebre e arrivano a 2.500-3 mila euro per un direttore amministrativo. Così, molti giovani ci pensano seriamente. «Quindici anni fa era difficile trovare ragazzi interessati. Oggi per niente», testimonia Umberto Landi, responsabile amministrativo di Onoranze funebri toscane, che annovera 50 dipendenti e 3.500 cerimonie l’anno. «La congiuntura? C’entra, ma dietro c’è anche un’evoluzione culturale. Si appassionano, sono contenti della gratitudine delle famiglie». Questo, forse, spiega anche scelte come quella di Rossella Dell’Oca, che qualche anno fa si è reinventata direttore tecnico di una società di onoranze funebri, Outlet del funerale. «Sono molto più felice adesso di quando avevo un centro benessere», giura. «Ho l’impressione di essere utile. E di entrare in contatto con la parte più vera delle persone: il contrario di quello che succede nel campo dell’estetica». Non ha dubbi nemmeno Mario Saragoni, 52 anni e un posto sicuro come saldatore, che due anni fa ha preso il certificato da tanatoesteta e ora punta a farne un mestiere a tempo pieno. «Il primo impatto non è stato facile, ma questo è un vero e proprio servizio sociale: un corpo senza vita merita di essere trattato con dignità». Motivazioni ideali che spesso vanno a braccetto con la routine da addetto commerciale: giornate (e notti) in agenzia funebre per accogliere i parenti in lutto, incontri con i fornitori alle fiere di settore (quella italiana, Tanexpo, quest’anno a Bologna dal 21 al 23 marzo, è la prima al mondo per visitatori e superficie espositiva), corsi sul marketing di settore, la selezione del personale e l’organizzazione dell’equipe di lavoro. «Sono molto richiesti i corsi di tanatoestetica», spiega Carmelo Pezzino, direttore del mensile di settore Oltre magazine e responsabile dell’omonimo centro studi, che nel 2010 ha promosso la nascita della Scuola superiore di formazione per la funeraria. «Ma, quando la legge italiana la permetterà, prevedo una forte domanda per gli esperti di tanatoprassi, cioè il trattamento della salma per ritardare la decomposizione. Negli Stati Uniti, si pratica sul 95% dei corpi». La scuola propone già un master ad hoc, oltre a preparare maestri di cerimonia e decoratori floreali. «Ormai il settore di onoranze funebriè un’industria con le sue prassi standardizzate, e questo ne ammorbidisce le caratteristiche più scabrose», commenta Francesco Campione, pioniere italiano della tanatologia (la disciplina che studia, appunto, la mortee il lutto), fondatore dell’associazione Rivivere e della Clinica della crisi (che offrono assistenza a chi affronta un addio), oltre che presidente dell’International Association of Thanatology and Suicidology. «Ma alcune categorie di lavoratori, come il personale di cimiteri e obitori, possono aver bisogno di supporto per evitare un eccesso di coinvolgimento emotivo e affrontare momenti pesanti, come le sepolture dei bambini». Per fortuna, la consapevolezza dei rischi di disagio psicologico e burn-out (stress eccessivo) a cui sono esposti gli addetti è molto cresciuta. E le agenzie di onoranze funebri hanno iniziato a investire in percorsi formativi dedicati sia al rapporto con i defunti e i parenti sia all’impatto su chi con la morte ha a che fare tutti i giorni. «Una quindicina d’anni fa ho tenuto le prime lezioni per gli operatori cimiteriali del Comune di Firenze», ricorda Daniela Rossetti, psicologa e psicoterapeuta, per 11 anni responsabile del servizio psiscologia dell’ospedale di Montecatone, polo di riferimento per degenti con lesioni midollari e cerebrali. «Dal 2008, poi, sono iniziati i corsi per le aziende private. Affrontiamo la gestione dell’aggressività e del pianto, la comunicazione non verbale, il rafforzamento della fiducia e del dialogo all’interno del team». La tanatologa Maria Angela Gelati, laurea in storia contemporanea con tesi sperimentale sui cimiteri, specializzazione all’università di Padova e esperienze come ricercatrice alla Société de thanatologie di Parigi e presso il Bristol community college del Massachusetts, aggiunge: «La paura della morte insegue coloro che fuggono». Per questo lei aiuta sia gli operatori professionali sia i profani ad affrontare l’argomento a viso aperto, in modo da esorcizzarla. Con progetti educativi, un blog sul sito del Fatto quotidiano ma anche «gruppi di auto aiuto, mostre, convegni e pubblicazioni». C’è lei dietro la rassegna Il rumore del lutto, che si tiene a Parma ormai da sette anni e comprende concerti, reading, spettacoli teatrali e persino show per bambini. Spostandosi sul versante imprenditoriale, la sorpresa è che anche in questo campo occorre innovare. Come ha fatto Alcide Cerato, classe 1939, ciclista professionista fino al 1964 quando un incidente gli stroncò la carriera e lo spinse nel settore in cui lavorava il suocero. Fondatore e presidente di Impresa funebre San Siro, uno dei tre big italiani del settore (100 dipendenti specializzati, 3-4 mila funerali ogni anno e circa 10 milioni di fatturato), nel 2006 è stato il primo ad aprire in Italia una casa funeraria sul modello delle funeral home statunitensi. È una specie di hotel, aperto tutto l’anno 24 ore su 24, dove la salma viene preparata, conservata ed esposta per il commiato e dove è possibile organizzare rinfreschi funebri e cerimonie, religiose e non, per salutare il defunto. Le tariffe? «Alla famiglia non costa nulla: paga solo la vestizione e il funerale. A prezzi che, per un servizio base, sono i più economici di Milano». A patto di non considerare, si infervora, quei «colleghi» che, lavorando senza una struttura alle spalle (il carro funebre si può noleggiare e il personale si paga a cottimo), riescono a proporre pacchetti all inclusive a cifre stracciate. «Lucrano su persone senza mezzi, che non sanno di poter chiedere al Comune un funerale gratuito». E, dice, alimentano il nero, a danno delle aziende in regola. Ma tutto il settore funerario avrebbe urgente bisogno di norme più moderne su diritti e doveri degli operatori privati. «Ho impiegato 20 anni a ottenere l’autorizzazione per costruire una funeral home da 6 mila metri quadrati a Modena», sbuffa Gianni Gibellini, presidente dell’omonima agenzia di pompe funebri e dell’associazione Efi, che riunisce le case funerarie italiane. Mentre Paolo Zanghieri, presidente del gruppo Altair, che ha realizzato i templi crematori di Acqui Terme (Alessandria), Domodossola (Verbania) e Trecate (Novara), deve fare continuamente i conti con le amministrazioni municipali: «La costruzione e gestione di questi impianti è riservata ai Comuni. Noi possiamo intervenire solo con il project financing: ci mettiamo i capitali e in cambio otteniamo la gestione della struttura per un certo numero di anni». Anche la tariffa massima viene stabilita per legge: quest’anno il tetto è di 485 euro, Iva esclusa. Meno male che il volume delle richieste sta conoscendo un boom: «Nel 2012 le cremazioni sono state 102 mila, contro le poche migliaia degli anni Settanta», conferma Daniele Fogli, amministratore di EuroAct, che fornisce servizi agli operatori del mercato funebre e gestisce i siti funerali.org e crematori.org. «Ormai siamo al quarto posto in Europa».

Chiara Brusini

morstua