Cultura angloamericana, cosa succede dopo la morte

La vita dopo la morte nella cultura angloamericana.

Cosa aspettarsi dell’aldilà.

Sappiamo bene che gli inglesi abbiano una cultura e un modo di pensare tutto loro, soprattutto perché nel corso dei secoli sono stati influenzati da diverse religioni come il calvinismo. Proprio in virtù di queste influenze molte credenze popolari sono diverse da quelle italiane. Basta pensare al modo in cui intendono la vita dopo la morte. Essendo stati per molto tempo calvinisti, la cultura angloamericana sposa un’idea tutta particolare della morte. La differenza principale rispetto ai cattolici riguarda la vita ultraterrena. Una volta passati a miglior vita, secondo i cattolici bisogna aspettarsi di scontare le proprie pene in un ipotetico purgatorio. Secondo i calvinisti, invece, non esiste nessun purgatorio. Sin dall’inizio Dio stabilisce chi è salvo e chi invece è “dannato”. Non c’è la possibilità di “accaparrarsi il paradiso” per mezzo di opere. Secondo i Calvinisti invece si è salvi per mezzo della fede.

È una questione molto complessa, della quale hanno discusso per anni – soprattutto nel periodo medievale – filosofi e studiosi di ogni cultura. Ma al di là dell’aspetto puramente religioso, cosa bisogna aspettarsi dopo la morte? La coscienza dell’uomo permane? Altra questione filosofica. Ricordate la disputa di Tommaso d’Aquino sull’intelletto agente e sull’intelletto attivo? Lasciamo ai filosofi le dispute filosofiche. Parliamo di scienza.

Una ricerca inglese ha dimostrato che una volta arrestato il cuore la coscienza continua a rimanere in vita. Lo studio angloamericano si chiama “Aware Study” e consiste nel rianimare i pazienti dopo aver causato loro un arresto cardiaco. Quando il cuore cessa di battere, il cervello continua la sua attività e quindi – secondo questi studiosi – la coscienza permane e il cervello continua a pensare.

Ma non è finita qui. A confermare l’ipotesi degli studiosi angloamericani ci sono anche i ricordi dei pazienti colpiti da arresto cardiaco. Nella maggior parte dei casi – il 46 % per essere precisi – i pazienti avevano ricordi precisi della rianimazione. Una minore percentuale invece ricorda ogni fase dell’arresto e della rianimazione (solo il 2%).

Questi risultati sono davvero unici e hanno una grande portata scientifica. Non solo danno prova dell’esistenza della vita – almeno cerebrale – dopo la morte, ma portano anche ad alcune domande fondamentali legate per esempio ai casi di coma vegetativo. Se è stato dimostrato che nonostante l’arresto del cuore e delle funzionalità corporee il cervello continua a “pensare”, significa forse che c’è una vita dopo la semplice morte clinica?

Enrica Marrelli