Come sopravvivere ad un attacco terroristico

Per sopravvivere ad un attacco terroristico bisogna “essere preparati al peggio”.

Spesso sono più pericolosi i cosiddetti “cani sciolti” rispetto a gruppi terroristici ben organizzati, ma già monitorati dall’intelligence.

Sopravvivere a un attacco terroristico è una delle cose più difficili da strutturare. Nonostante il maggior controllo dei Corpi speciali militari sugli obiettivi sensibili, risulterebbero essere più pericolosi e temibili i cosiddetti “cani sciolti”, rispetto a gruppi terroristici ben organizzati, ma fortunatamente sempre più spesso monitorati dall’intelligence. Scott Stewart, ex agente speciale del servizio di sicurezza diplomatico Usa, e attualmente uno tra i più importanti analisti di intelligence globale, rivela alcuni suggerimenti che potrebbero diventare determinanti per sopravvivere ad un attacco terroristico. Secondo Stewart, le persone dovrebbero fidarsi di più del loro intuito e delle sensazioni a pelle sull’esistenza di individui pronti a colpire degli innocenti, in nome di una forma di lotta religiosa, politica o legata a un’etnia diversa.

Premesso questo, per l’analista statunitense, la parola d’ordine è “essere preparati al peggio”, ovvero prima si riconosce il pericolo, prima lo si può prevenire e contrastare. Solo in quest’ottica sarà possibile accorgersi per tempo che alcune situazioni impreviste potrebbero davvero essere la premessa di qualcosa di grave. Stewart punta inoltre su l’acronimo MDACC (motion, distance, angle, cover and concealment), ovvero moto, distanza, angolo, riparo e nascondiglio. La sua teoria è che se ci si muove, se si studia l’angolo tra obiettivo e tiratore e se si è a distanza, è più difficile costituire un bersaglio. Un altro sistema per sopravvivere è il “guerriero interno”. Secondo l’ex agente speciale, anche una volta colpito, c’è una forza che spinge il ferito a credere che il corpo possa ancora funzionare.

 

Rossella Biasion