Casi famosi di pena di morte Quattrocento

Nel Quattorcento molte le donne condannate alla pena di morte per magia nera.

Nel periodo della caccia alla streghe le donne accusate di stregoneria venivano arse vive. Molto comune anche il metodo dell’impalamento.

Tra i metodi più cruenti di esecuzione della pena di morte c’è l’impalamento, molto in auge nel Quattrocento. I condannati sottoposti a questa pratica, più che giustiziati venivano letteralmente torturati. Questo tipo di esecuzione consisteva nel trapassare il detenuto attraverso l’ano o il addirittura infilzando il perineo e sollevarlo in posizione verticale. La morte non sopraggiungeva immediatamente. Spesso vi erano dei condannati costretti a subire questa tortura per due o tre giorni fino al decesso. La maggior parte degli uomini venivano giustiziati con la pratica dell’impalamento anale, le donne invece con quello vaginale, metodo riservato alle adultere. Uno dei casi più eclatanti fu quello di Romilda, duchessa longobarda. Il re a cui era promessa e che lei tradì, la sposò e la tenne come moglie una notte, poi la consegnò a dodici uomini che la torturarono e violentarono a turno. A stupro terminato, la donna venne impalata in mezzo al Campo Sacro. Il periodo tra il Quattrocento e il Cinquecento è conosciuto anche per la “caccia alle streghe”. Inquisite tutte quelle donne sospettate a successivamente accusate di compiere sortilegi, fatture, malefici che le avrebbero portare ad avere legami con le forze del male. Secondo gli accusatori, le streghe avrebbero avuto tali poteri da danneggiare la virilità dell’uomo. Una volta arrestate e processate venivano condannate a morte e arse vive. E’ stata invece graziata la Marchesa di Montespan, amante ufficiale del re Luigi XIV di Francia, sospettata di aver ricorso alla magia nera per riconquistare il marito dopo separazione. Dopo lo scandalo fu mandata in esilio evitando in qualche modo di essere giustiziata.

 

Rossella Biasion